{"id":221,"date":"2010-11-12T15:40:52","date_gmt":"2010-11-12T15:40:52","guid":{"rendered":"http:\/\/hors-sol.net\/revue\/?p=221"},"modified":"2010-12-11T11:29:04","modified_gmt":"2010-12-11T11:29:04","slug":"manlio-iofrida-ecologia-e-filosofia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/hors-sol.net\/revue\/manlio-iofrida-ecologia-e-filosofia\/","title":{"rendered":"Manlio Iofrida | Ecologia e filosofia"},"content":{"rendered":"<blockquote><p>Manlio Iofrida est professeur de philosophie \u00e0 l&rsquo;Universit\u00e9 de Bologne. Il travaille depuis de nombreuses ann\u00e9es sur la philosophie fran\u00e7aise et plus particuli\u00e8rement sur les \u0153uvres de Gilles Deleuze et de Maurice Merleau-Ponty. Il est notamment particuli\u00e8rement concern\u00e9 par le th\u00e8me de la nature et de la naturalit\u00e9.<\/p><\/blockquote>\n<p>La natura, l\u2019ecologia sono temi che sono diventati, ormai da molti anni, quasi dei luoghi comuni, di cui si servono indifferentemente le parti politiche e le posizioni culturali pi\u00f9 diversi; tuttavia, si tratta di concetti tutt\u2019altro che scontati e privi di pericoli e ambiguit\u00e0. Se si esamina brevemente il concetto di natura che \u00e8 al centro del pensiero di Rousseau, e che certamente \u00e8 stato uno dei pi\u00f9 importanti e influenti, questi problemi emergono con chiarezza: nemico della tecnica, Rousseau le contrappone una natura vergine, intatta, intesa come un\u2019origine piena: appellarsi alla natura diventa cos\u00ec la nostalgia del recupero di uno stato e un\u2019epoca precedente alla violenza dell\u2019uomo; natura significa un ordine, un equilibrio che ha l\u2019oggettivit\u00e0 di una legge naturale. In questo modo, la natura non \u00e8 che l\u2019opposto correlativo della cultura e della storia: questa coppia di concetti, nonch\u00e9 escludersi, si presuppongono reciprocamente, pur escludendosi, secondo quella categoria del <em>supplemento<\/em> che Jacques Derrida, nel suo <em>De la grammatologie<\/em>, ha cos\u00ec efficacemente introdotto, proprio a proposito di Rousseau e del suo grande seguace contemporaneo, Claude L\u00e9vi-Strauss.<\/p>\n<p>Se vogliamo\u00a0 uscire dall\u2019alternativa di questi concetti tradizionali, dobbiamo deciderci a pensare la natura non come a qualcosa di oggettivo, di positivo, di fisso e stabile, ma, al contrario, come a qualcosa di <em>negativo<\/em>, di <em>storico<\/em>, di relativo (in senso lato) a un soggetto (non necessariamente umano: anche semplicemente animale). Per fare un esempio molto banale, che cosa \u00e8 <em>naturale<\/em> per noi? Ci\u00f2 che si riferisce a un sapere che non deriva dalla nostra tradizione culturale, dal linguaggio, dalla nostra esperienza storica e personale, ma che attingiamo mediante le risorse del nostro corpo: quest\u2019ultimo \u00e8 ben lontano dall\u2019essere diretto da un sapere positivo, chiaro e cosciente, da ci\u00f2 che possiamo aver appreso per via intellettuale e culturale; anche se la cultura e la storia molto possono su di esso, non possono mai esaurire quello strato, preculturale e prelogico, che comanda gli aspetti fondamentali della nostra vita come esseri viventi, biologici. Non respiriamo, n\u00e9 camminiamo secondo quel che ci detta la nostra volont\u00e0 cosciente: al contrario, come ha ben mostrato Italo Svevo, se ci mettiamo a camminare <em>pensando<\/em> ai movimenti dei muscoli delle nostre gambe che sono a ci\u00f2 necessari, cominciamo ben presto a zoppicare e incespicare\u2026<\/p>\n<p>Se diamo il giusto peso a questo sapere prelogico che governa la parte fondamentale della nostra vita, arriveremo rapidamente a riconoscere che naturale non \u00e8 un ordine di cose oggettivo e originario, ma un <em>rapporto<\/em>, un certo accordo fra noi in quanto esseri viventi e l\u2019ambiente che ci circonda, una corrispondenza che si \u00e8 creata fra noi e il mondo in secoli di evoluzione; la natura non \u00e8 un\u00a0 oggetto, ma la coppia essere vivente-ambiente, coppia che \u00e8 in continua trasformazione, poich\u00e9 sia il nostro ambiente che noi, esseri viventi che ne facciamo parte, siamo in continua evoluzione e la vita consiste in uno scambio reciproco fra l\u2019essere vivente e l\u2019ambiente in cui \u00e8 inserito.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro, in questa prospettiva, che n\u00e9 tecnica n\u00e9 cultura n\u00e9 storia sono esclusi da un simile concetto di natura: la tecnica non \u00e8 che il prolungamento dei nostri organi e dunque non fa che spostare l\u2019equilibrio fra noi e l\u2019ambiente a nostro favore, ma senza mai (come dimostrano recenti eventi naturali: l\u2019eruzione del vulcano islandese, la rovinosa inondazione di petrolio nel Golfo del Messico\u2026) esaurire del tutto la natura, senza mai <em>culturalizzarla completamente<\/em>. <em>Storico<\/em> \u00e8 l\u2019equilibrio fra essere vivente e ambiente che si realizza in ciascun momento, poich\u00e9 esso non dipende dal rispetto di nessuna legge fissa, ma dall\u2019adattarsi continuo di due entit\u00e0 intimamente storiche, dinamiche, l\u2019ambiente e l\u2019essere vivente.<\/p>\n<p>Ma allora quale \u00e8 il senso del concetto di rispetto dell\u2019ordine ecologico? Se non esiste una natura oggettiva, fissa, immobile, astorica, possiamo forse fare qualunque cosa? Ovviamente no: un ordine e un equilibrio, per il fatto di essere dinamici e di non consistere in leggi oggettivabili, non sono per questo meno reali; i limiti al prometeismo dell\u2019uomo ci sono, e i risultati della loro violazione sono sotto gli occhi di tutti \u2013 basti pensare al fenomeno surriscaldamento del pianeta. Semplicemente, l\u2019ordine e l\u2019equilibrio vanno riferiti non a un\u2019entit\u00e0, ma a quella relazione vitale (e dunque non meccanica e non completamente determinabile) fra essere vivente e ambiente che \u00e8 il vero significato del concetto di natura. Sono antiecologiche tutte quelle tecniche e quelle azioni (non solo umane) che tendono a inaridire o a distriggere tale relazione vitale; sono ecologiche quelle che invece non solo la conservano, ma possono accrescere, rafforzare tale relazione. Cos\u00ec l\u2019equilibrio (ormai purtroppo distrutto) che si era stabilito fra uomo e ambiente in Camargue non era affatto dovuto allo spontaneo equilibrio armonico della natura, ma a un insieme di tecniche tradizionali di controllo delle acque, di gestione parsimoniosa delle risorse del suolo, ecc., insomma, ad un insieme di <em>interventi umani legati alla cultura contadina tradizionale del luogo<\/em>, che erano tali da lasciare un certo gioco, una certa libert\u00e0 alle forze evolutive dell\u2019 ambiente: non si trattava di un controllo totale (che \u00e8 sempre mitico), ma di un\u2019azione umana <em>accordata<\/em> all\u2019azione convergente dell\u2019ambiente, dunque di un controllo <em>parziale<\/em> \u2013 che lasciava spazio all\u2019indeterminatezza, al caso, all\u2019intervento imprevedibile del non-umano. In questo senso l\u2019ecologia non \u00e8 l\u2019abolizione della storia, ma <em>la possibilit\u00e0 di immaginare un\u2019altra storia, un\u2019altra tecnica<\/em> che invece di cercare di esaurire la natura cercano di lasciarne attive le risorse.<\/p>\n<p>Torniamo ora un momento al concetto di equilibrio fra essere vivente o ambiente, \u2013 un tema in cui convergono la lezione di Maurice Merleau-Ponty, che ha coniato per esso il termine di <em>chiasma<\/em>, e quello della contemporanea teoria dei sistemi, che parla piuttosto di <em>accoppiamento<\/em>. Il senso di tali termini va attentamente soppesato in tutte le sue implicazioni: non si tratta di pensare alla coesistenza di due termini \u2013 l\u2019essere vivente e l\u2019ambiente \u2013 l\u2019uno esterno all\u2019altro, ma della relazione di due \u201centit\u00e0\u201d che non sono n\u00e9 un\u2019unit\u00e0 pura e semplice (l\u2019essere vivente infatti si distingue e si contrappone all\u2019ambiente) n\u00e9 due entit\u00e0 separate: si tratta di due entit\u00e0 che <em>si coappartengono<\/em>. La relazione fondamentale, fondativa della natura \u00e8 una relazione paradossale: possiamo cercare di avvicinarci alla comprensione di tale paradossalit\u00e0 se prendiamo in esame il fenomeno della visione. Quando noi guardiamo un paesaggio, ci\u00f2 che conta \u00e8 certo quello che vediamo di fronte a noi; ma in realt\u00e0, lo spettacolo anteriore \u00e8 condizionato dal fatto che noi siamo inseriti in un <em>campo<\/em> visivo: non potremmo vedere quel paesaggio senza che ci fosse in qualche modo presente (non esplicito, non evidente) anche tutto ci\u00f2 che \u00e8 alle nostre spalle. Noi non vediamo come una cinepresa che guarda dall\u2019alto e dall\u2019esterno gli eventi che riprende, noi vediamo il mondo dal suo interno: in altri termini, il visibile ha una parte di invisibile che lo condiziona e lo rende possibile. Il fenomeno della visione manifesta insomma il fatto che io appartengo a un mondo che \u00e8 pi\u00f9 ampio di me, anche se (\u00e8 questo il culmine del paradosso) quel mondo non potrebbe esistere senza di me: \u00e8 <em>il mio mondo<\/em> e se non ci fosse il mio occchio a suscitarlo, esso non ci sarebbe.<\/p>\n<p>Se abbiamo voluto soffermarci su questa singolare relazione, non \u00e8 per un\u2019inutile sottigliezza concettuale: in realt\u00e0, questo tipo di relazione, per cui io rientro in qualcosa che mi eccede, \u00e8 proprio, come gi\u00e0 annunciavamo, quella che fonda la natura e l\u2019ecologia. \u00c8 proprio il fatto che la mia esistenza rimanda a qualcosa che mi eccede, che va ben al di l\u00e0 di ci\u00f2 che io posso aver fatto e costruito a evidenziare che non tutto si riduce al mio <em>facere<\/em>, alla mia costruzione consapevole e che esiste qualcosa da cui dipendo, anche se questa dipendenza non \u00e8 meccanica e anche se quello da cui io dipendo dipende a sua volta da me, secondo quella dipendenza reciproca che anche la fisica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg, nel XX secolo, hanno posto in luce. A monte del mio <em>facere<\/em> c\u2019\u00e8 un <em>appartenere<\/em>, a monte della cultura e dell\u2019azione c\u2019\u00e8 un momento di passivit\u00e0 e contemplazione, ogni determinatezza presuppone un vuoto e un\u2019indeterminatezza che sono una risorsa vitale. Non \u00e8 vero che <em>in principio era l\u2019azione<\/em>; al contrario, l\u2019azione \u00e8 l\u2019altra faccia di un momento di stasi, di immobilit\u00e0, di limite: una ripetizione marca costantemente ogni differenza, un ricorso vichiano inflette la mitica curva del progresso in un cerchio, o, se si vuole, in una spirale che si riavvolge su se stessa<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>. Al ritmo febbrile dell\u2019azione utile e trasformativa si affianca un momento di contemplazione estatica, di <em>inutilit\u00e0<\/em> o gioia priva di finalit\u00e0 esterna che fa parte a pieno titolo dell\u2019idea di natura: quest\u2019ultima non \u00e8 volta ad un passato di purezza immemoriale, ma rappresenta la fuoriuscita dall\u2019utile e dalla storia che \u00e8 possibile, almeno in via di principio, in ogni presente storico. La natura e la storia non si dispongono su una linea evolutiva che fa s\u00ec che l\u2019equilibrio si sposti progressivamente dalla prima alla seconda: esse sono piuttosto in un rapporto orizzontale, di coappartenenza reciproca e ogni momento storico \u2013 se gli uomini sono in grado di pensare e agire non prometeicamente, ma con la consapevolezza del limite e dell\u2019 appartenenza \u2013 pu\u00f2 aprirsi sulla natura che gli fa da sfondo e da sostegno: va da s\u00e9 che si tratter\u00e0 di combinare azione e non-azione, attivit\u00e0 e passivit\u00e0, di radicare l\u2019attivit\u00e0 nella consapevolezza del limite. A noi, oggi, dunque, il compito di operare storicamente per <em>conquistare<\/em> la natura che \u00e8 sul nostro orizzonte, prima che la catastrofe incombente in pi\u00f9 modi \u2013 riscaldamento ambientale, inaridirirsi delle risorse naturali, continuo impoverirsi del patrimonio della biodiversit\u00e0 \u2013 non ci trascini in uno di quei \u201cricorsi di barbarie\u201d su cui la lezione di Giovambattista Vico ha ancora molto da insegnarci.<\/p>\n<hr size=\"1\" \/><a href=\"#_ftnref\">[1]<\/a> Questi temi del vuoto, dell\u2019immobilit\u00e0 e della ripetizione sono stati sentiti assai pi\u00f9 dalla cultura orientale che da quella occidentale e la riscoperta, anche in Occidente, di questi valori, riscoperta che dura ormai da pi\u00f9 di un secolo, \u00e8 anch\u2019essa un aspetto importante del sorgere di una nuova sensibilit\u00e0 ecologica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Manlio Iofrida est professeur de philosophie \u00e0 l&rsquo;Universit\u00e9 de Bologne. 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